“A bordo ring”, la nuova rubrica sulla boxe

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Buonasera a tutti,

mi chiamo Fantini Edoardo e ho il piacere di inaugurare questo spazio dedicato alla “Noble Art”. Boxe, o “pugilato” che dir si voglia.

Come disse Jimmy Cannon “Il pugilato è il quartiere a luci rosse dello sport“. Niente resta più vero, immutato se non peggiorato da decenni di semi-schiavitù imposta da promoters ed altre figure molto oscure, avvicendatesi nell’ottenere il massimo risultato economico col minimo sforzo.

La mafia, o meglio, i “mobsters” americani detenevano il potere assoluto fino agli anni ’70. Pochi si potevano “permettere” di dire “Grazie….ma no, grazie.” Sugar Ray Robinson lo fece, senza ripercussioni. Al suo contemporaneo e compagno di guerre (sei, per la precisione) Jake LaMotta non andò altrettanto bene. Jake dovette vendere un incontro per poi avere la possibilità di combattere per il titolo.

Poi è arrivato Don King, con quei capelli che sfidano la forza di gravità e la capacità di lasciare sul lastrico i suoi pupilli altrettanto leggendaria. Più “diligente”, meno appariscente, ma forse ancor più letale, Bob Arum, “compagno di merende” di King. Uno è un omone nero, ex-omicida in quel di Cleveland, che fece fortuna promuovendo senza ancora un quattrino la prima demolizione in quel di Kingston, Jamaica, di Joe Frazier per le mani, pesantissime, di George Foreman.
L’altro è un laureato in legge che ha una innata abilità nel manipolare la stampa e le persone. Tanto intelligente quanto pericoloso.

E questi sono solo i due predatori più grossi…..poi ci sono le Commissioni di ogni Stato, in quanto non c’è una struttura centralizzata. Ci sono i 4 organi, le “sorelle dell’alfabeto”: WBC, WBA, IBF, WBO. Prendono il 3% da entrambi i pugili ogni volta che si combatte per il titolo. O meglio, per i titoli.

Altri problemi “da professionista”: devi trovarti gli sponsors, e amenochè non vinci un titolo e diventi “veramente famoso” (cioè, uno tra i 5 più forti della tua epoca), non fai abbastanza soldi da sfamare la tua famiglia. La quasi totalità dei professionisti lo fa come “secondo lavoro”, perchè non è abbastanza. Ho visto ragazzi combattere per il titolo che si sono dovuti pagare l’albergo e tutto il resto, allenandosi la sera-notte dopo il lavoro in fabbrica, oppure dopo aver guidato un camion gigante facendo consegne in Stati diversi. Combattono per il titolo, rincorrono i propri sogni nel modo più NOBILE mai visto in assoluto, sportivamente parlando.

E, dulcis in fundo, dopo essersi fatti prendere a pugni per la parte migliore della loro vita, avendo sudato e pagato allenatori, strutture, sparring partners, tutto di tasca propria….SORPRESA!!! Non c’è fondo pensionistico, niente assicurazione, nulla.

La NFL (football americano) ha una NFLPA = National Football League PLAYER ASSOCIATION. Una associazione A FAVORE di giocatori, capitanata da ex-giocatori che si interessa dei disagi e dei problemi che questi esseri umani possono incontrare. Non c’è nulla di tutto questo per il pugile.

La domanda sorge spontanea: “Per quale assurdo motivo, visto tutto questo, continui a seguire questo sport?”

Semplice. Perchè ho visto più volte pugili aver faticato fisicamente, psicologicamente, più di quanto noi possiamo immaginare per arrivare ad avere una speranza. Ho visto più volte tali speranze infrangersi dietro verdetti INGIUSTI di giudici PAGATI (per regolamento) dagli stessi promoters che dunque “influenzano” il più delle volte tali decisioni.

Ho visto le lacrime scendere da uomini che hanno un coraggio disarmante rispetto al mio. Ho visto sconfitti accettare il proprio destino. Accettare che dovranno tornare a lavorare due giorni dopo con un occhio nero, una costola incrinata e due tagli sull’arcata sopra-ciliare destra. Roba che manderebbe in ospedale noi per un mese.

Ho visto anche la felicità dei vincitori, quando capiscono che sì, la loro sofferenza è servita a qualcosa, che potranno dire ai loro figli “Vedi, papà ce l’ha fatta, ancora per questa volta”. Perchè nel pugilato più che in ogni altro sport: “del doman non c’è certezza”.

Ho visto pugili che sembravano indistruttibili, nel giro di una notte finire la loro vita sulla sedia a rotelle. Non per colpa loro, aggiungo. Ho visto però anche tanti bambini salvati dalla strada, a cui viene insegnato il rispetto e come gestire le proprie paure. Perchè è lo sport che più di tutti ti rende grande.

Un codardo non potrà mai essere pugile, un vigliacco tantomeno. Un presuntuoso abbasserà la cresta molto prima di quanto pensa. Sul ring si entra bambini e si esce uomini. Le due fatalità all’anno o poco meno sono nulla rispetto a tutto il buono portato da questo sport.

Don’t hate the player, hate the game“. Non odiare il giocatore, odia il sistema. Non posso odiare il pugilato, perchè spettacoli come Corrales (RIP) vs Castillo I sono autentiche celebrazioni del miracolo della vita, della speranza. Non posso odiare qualcosa che è tanto brutale quanto nobile, tanto rozzo a volte quanto artistico.

A tutti quelli che, professato questo mio credo, rispondono: “Vedo solo due che fanno a botte”, non posso che scuotere la testa e sorridere. Li compatisco, onestamente. Non hanno idea della fatica, della consapevolezza di lasciare un pezzo di sè, fisicamente quanto mentalmente, nel ring. Non hanno idea che per ogni ora in televisione ci sono giorni in ospedale, corse la mattina quando tutti gli altri ancora dormono, e la tua donna che spera smetterai presto, per il tuo bene. “Sono due che fanno a botte”. Totale disprezzo della scienza vecchia 300 anni dell’ auto-difesa.

Il pugile è lo sportivo più nobile che esiste, perchè va in contro al proprio destino. Da solo. E morirà solo. Nessun tifoso gli pagherà le spese mediche quando avrà i primi segni di logoramento. Nessun tifoso lo accudirà o gli chiederà l’autografo quando sarà vecchio e stanco. Niente più interviste, niente più donne, niente più “vida loca”. Si spegne tutto. E, dopo una vita di stenti nella gran parte dei casi, si resta soli con le proprie famiglie, più di chiunque altro.

La solitudine accompagna il pugile. Ma ogni sera, da qualche parte nel mondo, si da’ vita allo spettacolo più affascinante mai visto. Due persone pronte a farsi del male, decise nel separare il proprio avversario dallo stato cosciente, che si abbracciano dopo 12 lunghi rounds.

Fratelli. Davanti alle telecamere spacconi, si fanno proclami, ci si prende in giro per “vendere biglietti”. Ma alla fine, quando l’ultima campana suona, ci si abbraccia. Due uomini uniti nella loro consapevolezza di essere parte del vecchio detto “panem et circenses”, gladiatori nell’arena che hanno lasciato un pezzo di loro stessi che nessuno gli ridarà.

Ci vuole coraggio nella vita, e mi rendo conto che i giocatori di calcio, di football, di pallavolo (sport che pratico), di qualsiasi sport, sono persone che lavorano duro, durissimo. Mettono da parte risparmi, sogni, aspettative, talvolta anche la famiglia.

Ma nessuno è così coraggioso come un pugile. Nessun altro è capace di regalare quella magia di uno sport misterioso, così indescrivibile come forse lo è solo l’amore.

Tornando a noi, vi prometto di scrivere almeno una volta ogni due settimane. L’unica vera promessa che vi faccio è di non vendere balle, di descrivere in modo più fedele possibile ciò che realmente accade, compresi i dietro le quinte, di uno sport che è riuscito a regredire dagli anni ’80 fino ad adesso. Qualora voleste contattarmi, la mia mail è   [email protected]